PILLOLE DI VIAGGI – Blog di Alessandro Valivano


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WORLD NOMAD GAMES

Kyrgyzstan, Valle di Kyrchyn, 6 settembre 2018: raggiungiamo il bivio per la valle alle 11:15, la strada si stringe, peggiora leggermente, è asfaltata solo per qualche chilometro, poi diventa uno sterrato molto compatto. Dopo poco il panorama si apre, in lontananza iniziamo ad intravedere decine e decine di yurte: siamo finalmente arrivati ai World Nomad Games. Dato che occupano buona parte della vallata, ci si deve orientare un attimo. Per quanto ovvio, è impensabile girare tutti insieme, ci si perderebbe immediatamente, quindi stabiliamo di comune accordo di dividerci e rivederci alla porta d’ingresso alle 17:00. La temperatura è gradevolissima: caldo secco con qualche nuvoletta, siamo a 2.000m, qualcuno di noi stasera arriverà a cena rosso come un peperone. I World Nomad Games non sono espressione puramente sportiva, c’è anche molto folcklore. Le prime yurte prive di copertura laterale che incontriamo sono un campo di gioco di una disciplina particolare, una specie di bocce dove al posto delle palle ci sono le vertebre di capra. Successivamente incontro un lunghissimo campo nel quale abilissime cavallerizze corrono sui loro destrieri a devono colpire con le frecce 3 bersagli fissi situati a lato del campo (ovviamente senza fermarsi): è difficilissimo! Lì vicino, su di un campo parallelo, vi sono gli arcieri a piedi, impegnati nella più classica disciplina. A dir poco entusiasmante è l’area dedicata ai canti ed alle danze, raggiungibile passando sotto un arco in legno presidiato da militari: decine di donne in sgargianti abiti tradizionali bramano di farsi fare una fotografia, praticamente mi sequestrano! In quest’area siamo solo io e la telecamera della TV nazionale a soddisfare ogni loro desiderio narcisistico. Accanto vi è una sezione esclusivamente canora nella quale gli artisti si esibiscono nelle loro performance davanti ad una platea con centinaia di persone che accompagnano i canti, replicano le melodie o battono a tempo le mani. Subito sotto, nella parte più pianeggiante c’è un ampio bazar e decine di yurte. Curiosando, vengo ripetutamente fermato per i classici saluti. In una di queste vengo invitato anche all’interno, dove c’è una tavola riccamente imbandita e dove mi viene offerto ogni ben di Dio: vodka da bere alla goccia, frittelle, miele, panna; resterò qui a far bisboccia fino al momento di rientrare. Un’esperienza indimenticabile!


 

SALSA CUBANA EVERYWHERE

Santiago de Cuba, 8 maggio 2016. Mi ritrovo con il gruppo dopo colazione, girovaghiamo ma il sole è cocente, oggi è domenica e per di più è la festa della mamma, è proprio tutto chiuso, sia i negozi sia i musei, è aperta solo la terrazza di Velasquez. Quasi tutti i comoagni di viaggio rientrano alla casa particular nel primo pomeriggio per farsi una doccia rinfrescante e riposarsi (a causa dei postumi della nottata). Io, Giancarlo e Silvia facciamo ancora due passi sul Malecón, ma non è niente di particolare: si affaccia sul porto petroli!

Ritornando verso la casa particular vediamo uno spaccato della vera Santiago: gruppi di uomini che giocano a domino e famiglie che si apprestano a preparare la cena per strada! Ebbene sì, portano della legna per il fuoco e dei bidoni in lamiera che utilizzano per cuocere il cibo, veniamo infatti invitati a ritornare dopo un’ora per mangiare del “caldo de cangregos” (brodo di granchio) da una famiglia, mentre un’altra ci invita a mangiare del maiale con le verdure.

Dopo aver preso contatto con la casa particular di Baracoa per il giorno seguente ed esserci rinfrescati, io e Silvia usciamo nuovamente, incuriositi dagli inviti; Yuniel, il ragazzo che ci ha invitato ad assaggiare il maiale, ci fa entrare dentro la sua casa, in un vicoletto costituito da baracche di legno e lamiera dove non ci saremmo mai addentrati di nostra volontà. Ci fa conoscere su madre, che per le presentazioni deve spegnere lo stereo ascoltato a tutto volume, ovviamente il sottofondo è la salsa cubana: onnipresente! Conosciamo anche sua moglie e la sua prozia, una vecchietta dai capelli tinti arancione sparati in aria.

Regalo delle trombette e dei palloncini per i figli, lui mi regala la sua collana di semi in onore di San Lazzaro (il dio dei cani, e protettore dai malanni per i seguaci della santeria), del quale mi mostra una statuetta, posta vicino ad una bambolina nera vestita di bianco con ai piedi delle le offerte (sigarette e rum). La sua prozia ci prende a ben volere e ci offre un bicchiere di “pru” una bevanda giallo paglierino non alcolica, fresca e leggermente frizzante fatta da lei facendo bollire la radice di “china” con acqua e zucchero; anche se conservata in una bottiglietta di plastica dal colore indefinito e ci viene servita in bicchieri puliti in modo approssimativo, l’assaggiamo: è buonissima e dissetante!

A nostro malincuore ci accomiatiamo tra baci abbracci, e anche una lacrimuccia… è stata un’emozione incredibile, che porterò sempre nel cuore, è questa l’umanità che cerco in un viaggio


 

UNO DEI GIORNI PIU’ EMOZIONANTI DELLA MIA VITA
Uganda, 28 Febbraio 2018. Sveglia ore 5:10, colazione ore 5:30, partenza ore 6:00. La mattina è stellata, il che ci lascia presagire un tempo discreto; la strada è pessima, tutta tornanti e buche per raggiungere il briefing point dei ranger, dove arriviamo alle 8:00.

Intanto il sole splende e sulle vallate sotto di noi c’è un tappeto di nebbia, la fortuna col meteo ci assiste. Oggi ci sono 40 persone a vedere i gorilla ed il briefing collettivo è tenuto da Benjamin, una guida che ha ben 25 anni di esperienza con i primati più grossi del mondo. Benjamin sarà anche la nostra guida, Godfrey (il nostro driver) ha chiesto alle guide del parco la possibilità di non dividere il gruppo (il massimo consentito per ogni gruppo sarebbe di 8 persone e noi siamo 10) ed hanno acconsentito.

Carichiamo Benjamin ed altre 2 guardie con fucili per sparare in aria qualora incontrassimo animali selvatici pericolosi. Le jeep ci lasciano alle 8:45 ed iniziamo il trekking; la prima parte si svolge lungo una vallata coltivata e nella quale incontriamo alcuni allevatori che portano al pascolo le vacche, in fondo scorre un fiume, lo scenario è da cartolina. Iniziamo subito col dover guadare per ben 2 volte un impetuoso fiume: la prima volta su di un ponticello in legno raffazzonato, la seconda volta su di un tronco enorme che funge da ponte sul quale l’equilibrio è parecchio precario e se si scivola in acqua non se ne esce certo bene perché l’acqua è profonda e la corrente considerevole.

Dopo il secondo “ponte” inizia la Foresta, quella vera, con la f maiuscola; giusto per rendere l’idea, basti pensare che è così fitta che non si cammina sul terreno, ma sulle piante, tante piante! Benjamin si fa strada a colpi di machete, mentre noi sudiamo come delle bestie nella salita, è umidissimo. Onestamente credevo che il nostro fiato fosse ben più messo alla prova dato che siamo a circa 2.500m s.l.m. invece no. Alle 11:00 incontriamo i nostri tracker, ovvero persone che di lavoro seguono 24h/24h le famiglie di gorilla abituati all’uomo; i tracker non hanno il solo compito di agevolarne parecchio l’individuazione per i turisti, ma avvisano i veterinari nel caso di problemi ad un membro della famiglia.

L’adrenalina che già scorreva nelle nostre vene aumenta ancora di più, ci siamo, uno degli incontri più memorabili della vita sta per avere inizio! A pochi metri da noi c’è una famiglia di 9 membri: 3 Silverback, 3 femmine e ben 3 gorillini (uno di 2 anni, uno di 1 anno ed uno di soli 3 mesi sempre in braccio alla mamma). Appena arriviamo i gorillini si attaccano vigorosamente alle gambe di alcuni di noi e si fatica non poco (con l’aiuto dei ranger) per allontanarli (è pericoloso per loro il contatto per via degli agenti patogeni umani).

È un’ora di emozione allo stato puro, ci si rende conto di quanto i loro comportamenti ed i loro sguardi siano estremamente simili a quelli umani. Come da prassi, a malincuore, dopo il tempo prestabilito (1 ora) ci si deve allontanare, sempre per la loro incolumità.


 

A TAVOLA!
Burmathai, settembre 2017. Approdiamo al villaggio di Sagar alle 11:00, passando attraverso un meraviglioso spaccato di vita locale del lago Inle: villaggi costruiti gioco forza su palafitte, piccole imbarcazioni che si spostano lungo il lago trasportando merci e persone, pescatori affaccendati con le loro reti.

All’attracco ci sono alcune donne che battono delle piante per separare i semi. Siamo lì proprio nel momento in cui si svolge il pranzo comunitario, sotto un ampio capannone aperto in legno, ci invitano a mangiare con loro, ma abbiamo fatto una colazione super abbondante e solo alcuni di noi spiluccano qualcosa.

È bello vedere la maggior parte delle donne di etnia Pa’O vestite con abiti tradizionali neri ed una sciarpa a quadretti arancioni e neri posta come un turbante in testa.

Anche qui cogliamo a pieno tutta l’ospitalità e la cordialità del popolo birmano: tutti ti accolgono con un sorriso e ti invitano a sedersi alla loro tavola.

 


 

UN COMPLEANNO SPECIALE

Ladakh, 6 luglio 2013. Oggi è il compleanno del Dalai Lama. Partenza da Leh la capitale per arrivare al monastero di Diskit, ma a poche centinaia di metri dalla destinazione troviamo la strada interrotta per lavori, che ci costringe ad una lunghissima deviazione, arriviamo all’eremo infatti solo alle 8:45. Questo posto è splendido sia per la bellezza dei decori, sia per l’enorme statua dorata del Buddha del futuro (costruito solo 6 anni fa), sia per la vista sulla Nubra Valley.

Questa volta, oltre a Stanzin il nostro autista, abbiamo come cicerone il proprietario dell’Apple Camp, al quale abbiamo dato un passaggio. Si riparte alle 10:30, lungo il percorso alle 12:45, carichiamo 3 donne agghindate a festa che chiedevano un passaggio per arrivare sino al Buddha Camp prima del Khardung La. Per riconoscenza ci invitano ai festeggiamenti per il compleanno del Dalai Lama. Rimaniamo lì un’ora e mezza, tra gare di tiro con l’arco per soli uomini e canti/danze delle donne. Bambini gioiosi correvano scatenati nel prato.

Eravamo gli unici turisti, ed è stata senza dubbio l’esperienza più intensa e vera vissuta in Ladakh. Prima di andarcene distribuiamo a man basse penne e matite per la gioia dei presenti. Al Khardung Là, il passo carrozzabile più alto del mondo a 5.600m, ci fermiamo nella caffetteria più alta del mondo per ristorarci con the al cardamomo e delle strepitose frittelle col cavolfiore.

Incontri, panorami e sapori, questo è viaggiare…

 


 

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