LA CULTURA SWAHILI

Language distribution

Cultura Swahili         Tratto da http://www.edt.it/lonelyplanet/microguide/africa.shtml

 

Esistono più di settanta tribù tra gli africani del Kenya. Le differenze tra molti gruppi tribali si sono andate smussando nel tempo, in quanto i valori della cultura occidentale tendono a imporsi, distruggendo le tradizioni. Tuttavia, sebbene l'africano medio si stia apparentemente allontanando dalle tradizioni tribali, l'appartenenza a una tribù rimane ancora l'elemento più importante dell'identità personale.


L'inglese e lo swahili vengono insegnati in tutto il paese, ma esistono molte altre lingue tribali, tra cui il kikuyu, il luhia, il luo, il kikamba e una grande quantità di lingue tribali minori. Un'altra lingua che avrete modo si ascoltare è lo sheng, parlato quasi esclusivamente dalla popolazione più giovane.

 

Sviluppatasi di recente, lo sheng è un miscuglio di swahili e inglese, con elementi

provenienti da altri idiomi.


La maggior parte dei kenyoti che vivono fuori delle province costiere e orientali sono cristiani di varie confessioni, mentre gli altri sono prevalentemente musulmani. Questi ultimi costituiscono il 30% dell'intera popolazione. Nelle aree tribali più isolate, convivono cristiani, musulmani e seguaci di antichi credo tribali.

 

I cento e più gruppi tribali della Tanzania sono quasi tutti di origine bantu. L'influenza araba è tuttora palese nelle popolazioni delle isole di Zanzibar e Pemba, un misto di shirazi (provenienti dall'antica Persia), arabi, comoriani (provenienti dalle isole Comore) e bantu del continente, in cui predominano però questi ultimi. Gli asiatici costituiscono una minoranza significativa, specialmente in paesi e città, mentre gli europei (discendenti da coloni e immigrati) sono poco numerosi.

 

La principale etnia non bantu sul continente è quella dei masai (di lingua nilotica) che vivono nella regione nord-orientale del paese.


Lo swahili e l'inglese sono le lingue ufficiali, e quest'ultima è preminente nelle attività commerciali. Si parlano pure molti dialetti locali africani, che riflettono la grande varietà etnica del paese, mentre fuori dalle città e dai paesi, le poche persone che parlano inglese sono molto meno numerose di altre regioni simili del Kenya.

 

Tratto da http://www.sognandozanzibar.it/ a cura di NINO VESSELLA, studioso della lingua Swahili

La cultura 

Il fascino di Zanzibar non consiste solo nelle sue bellezze naturali ed artistiche, ma anche nella cultura Swahili, parola di origine araba che definisce l'insieme delle culture Bantú, Shirazi, Omanite e Yemenite, mescolate a quelle autoctone.

La lingua parlata, lo Kiswahili appunto, è una mescolanza di termini arabi, indiani, persiani, portoghesi che hanno la fortuna, per noi italiani, di pronunciarsi nella stessa maniera in cui vengono scritti.  

Di origine bantú, tale lingua è composta da un 25% di parole arabe, un 15% di parole indiane e persiane, alcuni termini portoghesi e numerosi neologismi inglesi.

Il swahili è una delle dodici lingue maggiori del mondo. Si stima che sia parlato da oltre 50 milioni di persone. 

È parlato in Africa orientale, cioè Tanzania (Tanganyika e Zanzibar), Kenya, Uganda e un po' nello Zaire orientale e in Burundi. Il swahili più puro si trova sull'isola di Zanzibar e lungo la costa continentale più vicina ad essa.

Ma come ti allontani, sia verso nord e sud che verso l'interno, lo standard della lingua diminuisce.

Quindi, nel Kenya settentrionale, all'estremità occidentale della Tanzania e ai suoi confini meridionali,

la lingua può essere poco conosciuta o molto sgrammaticata.

In Uganda, la lingua è abbastanza comunemente usata eccetto che nel sud-ovest. Nello Zaire orientale e nel Burundi, la lingua swahili ha un forte sapore francese che è perfettamente comprensibile per chi parla ambedue le lingue.

La lingua swahili appartiene alla famiglia linguistica delle lingue Bàntu che assommano a ben oltre il migliaio di lingue e dialetti e che sono diffuse nella maggior parte dell'Africa a sud dell'equatore, raggiungendo a nord il Camerun, lo Zaire, l'Uganda, e, parzialmente, il Kenya.

La caratteristica delle lingue Bàntu è il loro sistema di classi nominali. In italiano siamo abituati ai cambiamenti alla fine di una parola, es. fanciullo, fanciulli, fanciulla, fanciullesco, fanciullezza, ecc., nelle lingue Bàntu i cambiamenti avvengono all'inizio, perché le parole Bàntu consistono di una radice con un prefisso e cadono in classi differenti in base a questi loro prefissi.

La classe 1 ha i nomi che indicano persone, la classe 2 ha il plurale dei nomi della classe 1, la classe 3 è per gli alberi, 4 ha i plurali di 3, 5 è per i frutti e 6 ha i plurali di 5, 7 è per gli strumenti e altre cose, 8 ha i plurali della 7, 9 è per gli animali e i plurali sono nella classe 10. La classe 14 è per i paesi e i nomi astratti, infine i nomi delle classi 16, 17 e 18 indicano luoghi.

Questo sistema di classi è la base della struttura di ogni lingua Bàntu.

Durante il suo primo millennio di vita il swahili fu arricchito da migliaia di parole arabe, che furono inserite nel sistema delle classi nominali e nelle categorie verbali del Bàntu.

Il risultato fu una struttura linguistica totalmente nuova, che si sviluppò lungo proprie linee.

L'origine della lingua in sé è controversa. Non vi è una prova irrefutabile per quanto riguarda la data della formazione della lingua della costa da cui alla fine si sviluppò il swahili.

Il primo riferimento a certe relazioni commerciali fra l'Arabia e la costa orientale dell'Africa risale alla fine del primo secolo dopo Cristo, quando il compilatore del Periplo del Mar Eritreo cita diversi nomi di località della via commerciale, descrive articoli corrispondenti alle possibili esportazioni della costa del Tanganyika e gli abitanti descritti possono essere stati già Bàntu.

Altre fonti antiche sono Tolomeo e Cosmas, un monaco egiziano del sesto secolo.

 Quando il colto viaggiatore arabo Al-Mas'udi arrivò a Mombasa nel decimo secolo, annotò alcune parole nella lingua locale che egli chiamò Zinji o Zanji (poiché la scrittura araba generalmente non distingue le vocali, non si può essere certi della pronuncia). Sulla base delle attuali prove linguistiche, quindi, è possibile concludere che qualche forma di Proto-Swahili era parlato lungo quella che ora è nota come costa del Kenya prima del decimo secolo.

 Il swahili era in origine parlato, nel nord, a Mogadiscio dove alcuni nomi di località (come Shangani, sulla sabbia) sono i resti dell'antico popolo che fu cacciato dai somali dal secolo sedicesimo in poi.

In Barawa e Kisimayo (quest'ultimo nome di luogo significa pozzo superiore in swahili) il swahili è ancora parlato, come anche sulle isole lungo la costa meridionale somala.

L'estremità meridionale dell'area della lingua swahili si trova nel Mozambico settentrionale;

la città con questo nome fu una volta una città swahili e il suo nome originale, Msumbiji, è swahili.

Fra Mogadiscio e il Mozambico si estende quella che fin dal Medio Evo è nota come la costa Swahili.

Gli studiosi arabi di quel periodo la chiamavano biladu 's-swahili (le città del popolo della costa), da cui il nome Swahili.

In tutte le isole al largo di questa costa si parla swahili, incluse le isole Comore.

Il swahili fu portato nell'interno dalle carovane che scambiavano le stoffe di cotone indiane con l'avorio ed altri merci.

  

La letteratura swahili

 

La letteratura swahili è eccezionalmente ricca. Questo ramo del tronco Bàntu era già il mezzo di una cultura africana e il tesoro di molti canti, proverbi e racconti, quando, durante il primo millennio, la religione dell'Islàm si diffuse pacificamente lungo la costa.

L'Islàm è più che dogma e morale, più che rito e cerimonia: l'Islàm è un modo di vita, una legge per l'individuo come pure per la comunità, una cosmologia che ha fatto diventare la lingua swahili un veicolo notevolmente bello per l'espressione delle sue idee in forma letteraria.

Con l'influenza dell'arabo, il swahili si sviluppò lungo proprie linee e sbocciò un'abbondanza di forme,

notevolmente adatte a diventare il veicolo di una grande tradizione epica, qualcosa di sconosciuto nell'Africa equatoriale; di una sottile tradizione liturgica nel quadro del culto islamico; e di una nuova tradizione di studi di storia, teologia, legge e morale.

La prosa è stata fino a poco tempo fa praticamente limitata a scopi utilitaristici, la tradizionale arte dell'espressione verbale nella poesia ha prodotto, invece, un sovrabbondante numero di valide opere.

La poesia tradizionale può essere divisa in diversi gruppi secondo la sua forma e il suo contenuto: può essere epica,lirica o didattica, come pure religiosa o secolare.

Dopo la Prima Guerra Mondiale gli scrittori hanno composto racconti e romanzi in swahili che hanno aggiunto una nuova dimensione alla letteratura swahili che fino ad allora non aveva conosciuto il romanzo come forma scritta.

La prosa, dapprima confinata soprattutto nella storiografia, teologia ed altri argomenti di questo tipo,

fu usata con successo da Shaaban Robert per scrivere saggi. Un secondo sviluppo, nello stesso periodo, fu l'apparire nella stampa settimanale di poesie, principalmente in metrica shairi, che prima apparteneva alla tradizione orale del verso secolare.

 

La musica Tarab

Taraab" e' il genere musicale più diffuso a Zanzibar.

Le origini di tale musica sono rintracciabili nella cultura omanita e persiana.

"Taraab" e' un termine arabo che trova significato nell'espressione lirica, poetica e musicale della gioia.

Esso non e' soltanto un mix di stili musicali diversi, ma viene espresso con una vastissima gamma di strumenti moderni od antichi.

 Nel corso degli anni, in tali tracce musicali sono confluiti elementi africani e melodie europee contemporanee dovuti alla presenza colonialista britannica. Proprio a quest'ultima, si deve la consuetudine di suonare il Taraab in abiti da sera.

E' possibile ascoltare questo tipo di musica in occasione di matrimoni e festeggiamenti diversi.

Si rimarrà sbalorditi dal numero dei componenti dell'orchestra, che a volte supera i quaranta elementi e presenta più cantori.

 La musica Taraab e' solitamente suddivisa in due filoni: quello romantico, usualmente richiesto dagli uomini in dedica alle proprie donne e quello più realista, in cui le canzoni servono ad esprimere ed a rendere pubbliche delle vere e proprie accuse verso qualcuno, come in casi di infedeltà od indegnità riferita a determinate persone, sempre nell’ambito di all'appartenenza al clan.

Tale musica si e' diffusa nelle zone di derivazione, divenendo molto popolare soprattutto nei festival di musica etnica.

 A Zanzibar e' possibile ascoltare il Taraab presso il Bwawani Hotel, nei concerti serali tenuti presso il suggestivo anfiteatro dell'Old Fort e presso l’Haile Selaissie' School.

 Altre tonalità musicali sono rintracciabili sull'isola, spesso in occasione di festività, unite al suono dei tamburi:

parliamo dello "Zumari", una sorta di clarinetto e della "Chakatcha", un mix di tamburi molto diffuso usato per danzare.